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Sitting and watching...

Sandro Parmiggiani

Francesca Vezzani studied Architecture in Ferrara and this city, in whose veins flows the ultimate meaning of “metaphysics”, of suspended time, of the fragment that becomes the memory of a lost, reanimating time – as in the freeze frame of a sequence: the corresponding English word still reminds us that life is only suspended – must remain in her heart.

Her photographs of December 2011 “Sustainable Labyrinths” prove that Francesca has acquired a distinguishing language, founded on framings that linger on a part rather than on the all of the buildings that she chooses to take as a subject. In each image Francesca finds the essential connection between the geometric segmentations of vision, marked by changing direction lines and by forms belonging to the variations of geometry itself, in a constant attention to harmony and to counterpoints of tones.

Even when, in the series “Reggio Emilia”, she confronts buildings, squares, interiors (from the Panizzi Library to the Synagogue) of her own town, or she adventures in the surrounding countryside, her way to see does not change: framings that take on the partiality (the historic Villa Levi), and attention to epiphanies of light revealing a world that did not seem to exist until that moment. The same considerations could be made for “Gualtieri In Cornice”, where, abandoning the village (with the massive Palazzo Bentivoglio in one of the most beautiful Italian squares), lines, often duplicating, reflected into the water, are no longer marked by soaring and net paths but by tremulous trunks and branches.

The charm of architecture returns in “Torino 1861 – Roma 2011”, in “Modern Architecture” and in “Historic Architecture”, where, in the London images – Francesca lived in the British capital for several years – vertigo and stunning burst into circular, elliptical, “mazy” shapes which could lead us to think that this is the modern haven of human constructions – and nevertheless soon she shows, in photographs of ancient structures, how, even if afar, the roots of modern construction are persistent: in the authentic modernity always beats the heart of the old.

Between Dream And Reality”, “Because You're Young”, “Markets”, “People” record the irruption of the human presence, often caught in fragments of bodies and faces, as if that partial way of devoting oneself was what most intrigues us: in “Markets” lie the stunning of vision facing the geometric compositions of products in the stalls. Francesca well knows that nature is a boundless treasure chest of shapes and lights, and that plants embrace numberless lines and geometries, and that roads and tracks traced in the ground by men lead towards the far horizon, towards the infinite: the moon itself is seen as a fragment, as would see the eye of a telescope in search of some secret. In “Frames” Francesca's gaze penetrates in cracks, crosses an opening, beyond which pulses the light that reveals a vision of reality that becomes unexpected revelation.

Francesca Vezzani conquered an autonomous language, a mature technical fluency based upon, I believe, the awareness that truth and beauty of reality must be gathered in the fragments that reality itself holds and reveals, that the infinite and every ultimate root of things are not far from us, but lie in the finite, in what is close to our gaze – it was already understood by Giacomo Leopardi, “sitting and watching” nearby the bush “which cuts off the view of so much of the last horizon”.

 

 

 

Sedendo e mirando…

Sandro Parmiggiani

Francesca Vezzani ha studiato Architettura a Ferrara, e la città, nelle cui vene scorre il senso ultimo della “metafisica”, del tempo sospeso, del frammento che si fa memoria di un tempo perduto che può, da un momento all’altro rianimarsi – come avviene nel fermo immagine di una sequenza: il corrispondente termine inglese still ci ricorda che la vita è solo sospesa (del resto, natura morta è still life…) –, deve esserle rimasta nel cuore.

Nelle sue fotografie del dicembre 2011, “Labirinti Sostenibili”, Francesca già dimostra di avere acquisito un linguaggio del tutto peculiare, fondato su inquadrature che si soffermano su un frammento, invece che sul tutto, degli edifici che lei sceglie di prendere a soggetto. In ogni immagine, Francesca va a scovare il rapporto “necessario” tra le segmentazioni geometriche della visione, scandita da linee di cangiante direzione e forme che appartengono alle declinazioni della geometria stessa, dentro una costante attenzione alle armonie e ai contrappunti dei toni.

Anche quando, nella serie “Reggio Emilia”, si misura con edifici, piazze, interni (dalla Biblioteca Panizzi alla Sinagoga) della propria città, o s’avventura nelle campagne circostanti, il suo modo di vedere non cambia: inquadrature che assumono la parzialità (la storica Villa Levi), e attenzione alle epifanie della luce che rivelano un mondo che fino a quell’istante era parso non esistere. Le stesse considerazioni potrebbero svolgersi per “Gualtieri In Cornice”, dove, quando abbandona la cittadina (con l’imponente struttura del Palazzo Bentivoglio in una delle più belle piazze d’Italia), le linee, che spesso si duplicano, riflesse nell’acqua, non sono più scandite da tracciati svettanti e netti ma da tremuli tronchi e rami.

Il fascino delle architetture ritorna in “Torino 1861 – Roma 2011”, in “Architettura Contemporanea” e in “Architettura Storica”, dove, nelle immagini londinesi – Francesca ha vissuto nella capitale inglese per diversi anni – irrompono la vertigine e lo stordimento delle forme circolari, ellittiche, labirintiche, che potrebbero indurci a pensare che quello sia l’approdo “moderno” delle umane costruzioni – e tuttavia, presto lei ci dimostra, nelle fotografie delle antiche strutture, quanto, pur lontane, siano persistenti le radici del moderno edificare: sempre, nel moderno autentico, batte il cuore dell’antico.

Tra Sogno E Realtà”, “Because You’re Young”, “Mercati”, “Persone” registrano l’irruzione della presenza umana, anch’essa, non raramente, colta per frammenti del corpo o del volto, come se quel modo parziale di darsi fosse quello che più ci intriga – in “Mercati” c’è lo stordimento della visione davanti alle composizioni, ancora una volta geometriche, dei prodotti sui banchi di vendita. Francesca sa bene che la natura è uno scrigno inesauribile di forme e di luci, e che le piante racchiudono innumerevoli linee e geometrie, e che le strade e i solchi nella terra tracciati dall’uomo conducono verso l’orizzonte lontano, verso l’infinito. Anche la luna viene vista per un frammento, come farebbe l’occhio di un telescopio che la scruti alla ricerca di qualche segreto; in “Cornici” lo sguardo di Francesca s’inoltra dentro una fessura, valica un pertugio, oltre i quali pulsa, nella luce che la rivela, una visione del reale che diventa rivelazione inattesa.

Dunque, Francesca Vezzani si è conquistata un linguaggio autonomo, una padronanza tecnica matura, che si fondano, credo, sulla consapevolezza che la verità e la bellezza del reale vanno colte nei frammenti che esso racchiude e svela all’occhio che vede, che l’infinito e ogni radice ultima delle cose del mondo non se ne stanno lontano da noi, ma s’annidano nel finito, in ciò che è prossimo al nostro sguardo – l’aveva, del resto, già compreso Leopardi, “sedendo e mirando” accanto alla siepe “che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”.

 

 

LABYRINTHS

The man who is traveling and does not yet know the city awaiting him along his route wonders what the palace will be like, the barracks, the mill, the theatre, the bazaar. In every city of the empire every building is different and set in a different order: but as soon as the stranger arrives at the unknown city and his eye penetrates the pine cone of pagodas and garrets and haymows, following the scrawl of canals, gardens, rubbish heaps, he immediately distinguishes which are the princes' palaces, the high priests' temples, the tavern, the prison, the slum. This - some say - confirms the hypothesis that each man bears in his mind a city made only of differences, a city without figures and without form, and the individual cities fill it up.

This is not true of Zoe. In every point of this city you can, in turn, sleep, make tools, cook, accumulate gold, disrobe, reign, sell, question oracles. Any one of its pyramid roofs could cover the leprosarium or the odalisques' baths. The traveller roams all around and has nothing but doubts: he is unable to distinguish the features of the city, the features he keeps distinct in his mind also mingle. He infers this: if existence in all its moments is all of itself, Zoe is the place of indivisible existence. But why, then, does the city exist? What line separates the inside from the outside, the rumble of wheels from the howl of wolves?

Italo Calvino, Invisible Cities (translated by William Weaver)

 

LABIRINTI

L'uomo che viaggia e non conosce ancora la città che lo aspetta lungo la strada, si domanda come sarà la reggia, la caserma, il mulino, il teatro, il bazar. In ogni città dell'impero ogni edificio è differente e disposto in un diverso ordine: ma appena il forestiero arriva alla città sconosciuta e getta lo sguardo in mezzo a quella pigna di pagode e abbaini e fienili, seguendo il ghirigoro di canali orti immondezzai, subito distingue quali sono i palazzi dei principi, quali i templi dei grandi sacerdoti, la locanda, la prigione, la suburra. Cosí - dice qualcuno - si conferma l'ipotesi che ogni uomo porta nella mente una città fatta soltanto di differenze, una città senza figure e senza forma, e le città particolari la riempiono.

Non così a Zoe. In ogni luogo di questa città si potrebbe volta a volta dormire, fabbricare arnesi, cucinare, accumulare monete d'oro, svestirsi, regnare, vendere, interrogare oracoli. Qualsiasi tetto a piramide potrebbe coprire tanto il lazzaretto dei lebbrosi quanto le terme delle odalische. Il viaggiatore gira gira e non ha che dubbi: non riuscendo a distinguere i punti della città, anche i punti che egli tiene distinti nella mente gli si mescolano. Ne inferisce questo: se l'esistenza in tutti i suoi momenti è tutta se stessa, la città di Zoe è il luogo dell'esistenza indivisibile, Ma perchè allora la città? Quale linea separa il dentro dal fuori, il rombo delle ruote dall'ululo dei lupi?

Italo Calvino, Le città invisibili